| MARGANELLA, UNA VITA DA NUMERO UNO.
(Attilio Oddone) Antonio Marganella (Potenza, 6 gennaio 1925 – ivi, 15 febbraio 2009) può essere definito il primo portiere locale di un certo livello ed il guardiano di sempre dei rossoblù, avendo difeso la porta del Potenza quasi ininterrottamente per ben quattordici stagioni.
Cresciuto nel fertile vivaio potentino, dopo la consueta trafila nelle formazioni minori e riserve, esordisce in prima squadra nel girone di ritorno della stagione 1942/43 (in Serie C) quando il portiere titolare Aldighieri viene squalificato per una brutta storia di partite disputate sotto falso nome. L'allenatore decide perciò di buttarlo nella mischia quasi per necessità e l'appena diciottenne Marganella non fa affatto rimpiangere il più esperto collega, cavandosela più che dignitosamente. Ma la guerra ormai soffoca tutto ed il calcio, se proprio non si ferma, tira avanti a singhiozzo.
Dopo quel mezzo campionato concluso nel marzo del 1943, la carriera di Marganella prosegue nel 1944 a Matera in un abbozzo di torneo denominato “Campionato Misto di Serie C - Iª Divisione”; l'anno dopo approda a Tropea prima di partire soldato alla volta di Bergamo. Nella città lombarda, grazie alla sua classe, riesce a mettersi in luce tanto da meritarsi un elogio disinteressato di Giuseppe Meazza, che disputava con l'Atalanta il primo campionato postbellico.
Terminato il servizio militare, nella stagione 1946/47 torna a Potenza e, schierato in mezzo ai pali di casa, fino al 1951/52 (tra Serie C e Promozione Interregionale) diventa la disperazione dei suoi secondi: dotato di una eccezionale integrità fisica, inanella lunghe serie di partite con somma regolarità dando forfait rare volte e lasciando alla sua riserva Ragone solo pochissime presenze.
Nel biennio '47-'49 è alle dipendenze dell'allenatore Roggero (ex portiere del Casale in Serie A) e questo gli permette di affinare la sua tecnica. L'ottimo senso del piazzamento e la sicurezza nelle uscite, il buon colpo d'occhio e la discreta acrobazia suscitano in questo periodo l'interesse nei suoi confronti di molte società di serie superiore (in primis la Fiorentina, ma anche Salernitana, Spal e Spezia di Serie B), ma alla fine non si concretizza nessun trasferimento.
Pur rimanendo a Potenza, però, le soddisfazioni non mancano come ad esempio il vittorioso torneo del 1951/52 e la conseguente promozione nel neo-istituito campionato di Quarta Serie.
Nel 1952/53 il nuovo allenatore dei rossoblù, Mòsele (ex portiere di Alessandria e Napoli), gli preferisce il più anziano Scannapieco e, chiuso dal celebre “gatto magico”, stavolta è Marganella a doversi accomodare in panchina per quasi tutta la stagione.
Ma già l'anno dopo torna titolare e, per tre consecutive stagioni (dal 1953/54 al 1955/56), difende la porta rossoblù. Purtroppo, però, in questo periodo una inesorabile crisi economica colpisce la società potentina ed il calvario sportivo culmina con la retrocessione nel campionato regionale.
Marganella, amareggiato per la situazione che si è venuta a creare, nella stagione 1956/57 si accasa con il Melfi ma la sua permanenza nella cittadina normanna dura un solo anno. Nel 1957/58 rientra alla casa madre del Potenza, che intanto è ritornato a disputare la IVª Serie, ma è ancora una volta retrocessione. Stavolta però, decide di rimanere anche nel torneo regionale 1958/59 e, con la sua esperienza, aiuta la sua squadra a tornare in Interregionale.
L'annata 1959/60 è l'ultima stagione agonistica che Marganella disputa, sempre col Potenza, prima di appendere le scarpette (ed i guanti) al chiodo e dedicarsi esclusivamente alla famiglia ed al lavoro.
Ho avuto la fortuna di conoscere Antonio Marganella due anni fa quando io, tifoso ed appassionato della storia del Potenza, telefonai un po' timoroso a lui, bandiera dei rossoblù, per chiedergli se avesse vecchie foto o ritagli di giornale da prestarmi per le mie ricerche sul Potenza.
Gentilissimo, invitò me (perfetto sconosciuto) a casa sua e dopo un paio di giorni, quando andai a trovarlo, mi mise subito a mio agio insieme alla moglie, la signora Lucia. Mi aprì lo scrigno dei suoi ricordi.
Sorrideva rievocando gli aneddoti ed i tanti episodi di un calcio che non c'è più, un calcio romantico e genuino, fatto da gente mossa solo dalla passione e non dai soldi; un calcio non ancora inquinato da interessi enormi, dagli sponsor e dal doping; un calcio conosciuto da noi più giovani solo perché narrato dai nostri padri o dai nostri nonni. Era il calcio del “suo” tempo.
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Sorrideva perché in fondo gradiva ricordare quei giorni e, forse, anche perché gli faceva piacere pensare che il “suo” calcio, così diverso dal “mio”, potesse interessare un giovane come me.
Sorrideva quando ricordava le trasferte raggiunte dopo interminabili e scomodissimi viaggi in treno o quando si viaggiava sul cassone del camion che trasportava il grano al mulino del presidente Calvi o, ancora, quando citava gli allenamenti saltati e le partite rinviate perché “allora faceva veramente la neve!”.
Ricordava i nomi di tutti i suoi compagni e me li indicava nelle foto ingiallite che custodiva. In quelle foto in cui lui, chissà perché, si metteva sempre accosciato (una posizione così inconsueta per un portiere). Sorrideva quando parlava dei due campionati vinti (quello di Promozione del 1951/52 con Lorenzini allenatore-giocatore e quello regionale del 1958/59 con Alfredo Mancinelli) e quando ricordava le tante vittorie, come quella nel derby del 20 aprile 1952 contro la Juventina quando prima giocò e poi corse a sposarsi e venne rimproverato dal prete.
Ma sorrideva anche delle sconfitte e delle retrocessioni e perfino di quando, in una gara giocata a Barletta nel 1946, un avversario con un'entrata vigliacca gli ruppe un dente (e lui dovette pure continuare a stare in porta perché ancora non erano state inventate le sostituzioni).
E sorrideva ancora quando mi raccontava delle ultime partite da lui disputate, nell'ottobre '59, con la squadra che, dopo un avvio di torneo disastroso (2 punti in 6 gare), fu accusata di scarso impegno dai dirigenti e tutti i giocatori furono multati.
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Ed al danno si aggiunse la beffa: oltre a non percepire lo stipendio, gli fu pure comminata un'ammenda in denaro, a lui che, quasi 35enne, si impegnava sempre tanto. E fu così che disse “basta” e chiuse col calcio giocato. Se no, chissà quanti altri ricordi, quante altre cose da raccontare. E quanti altri sorrisi.
Ciao Antonio. Grazie per tutti i sorrisi e per tutte le emozioni che hai regalato. A.O. – Potenza, 17/2/2009 |